PREPARARE UNA 24 ORE
COME SI AFFRONTA LA 1^ 24 ORE
Ogni genere d'impegno (sia di carattere sportivo, professionale, o semplicemente ludico) che mette l'uomo dinnanzi alla condizione di dover necessariamente rimanere attivo, sia fisicamente che psicologicamente per un arco temporale di 24 ore, è una violenza.
Non esiste altro termine per classificare uno sforzo così estremo, dal quale il nostro metabolismo rifugge nella maniera più assoluta. L'essere umano è concepito in funzione di certi parametri psico-fisici che ne determinano la buona salute e la probabile maggior longevità. Alterarli questi indicatori genetici senza alcuna cognizione, significa mettere a repentaglio il buon funzionamento del meccanismo "uomo".
Questa premessa non vuole apparire come una condanna nei confronti di che intende avvicinarsi alla specialità della 24 ore (che personalmente considero una delle sperienze umane e sportive di maggior spessore e dalla quale ho tratto spinte e ragioni per migliorare sotto vari profili), ma semplicemente come un monito per affrontare i "primi passi" verso questa complessa disciplina dell'ultramaratona, cercando sempre di seguire la strada del "buon senso". Del resto è altrettanto vero che l'uomo ha sviluppato nell'arco della sua genesi una forte attitudine alla sopportazione della fatica, mettendo in opera meccaniche di adattamento psico-fisico, che l'hanno reso con il tempo l'essere pensante più resistente sulla faccia della terra. Messo dinnanzi a situazioni estreme ha sempre risposto attraverso una graduale evoluzione positiva e un lento ma efficace adattamento e miglioramento delle proprie risorse, in funzione delle condizioni esterne. Ma il punto è proprio questo: "gradualmente" e "con il tempo"...! Ho parlato di "lento e graduale adattamento" e non di rapido o immediato riscontro. pretendere di affrontare uno sforzo "limite" come correre una 24 ore senza aver concesso al nostro organismo e alla psiche il giusto periodo di formazione, sarebbe come sperare di "girare" a Misano con la moto di Valentino Rossi (e magari anche alle sue velocità...), solo in funzione del fatto che abbiamo la patente nel portafogli e magari pure uno scooter parcheggiato in garage. Si può fare, certo, ma a nostro rischio e pericolo. Non devono fare scuola certi esempi o episodi isolati andati a buon fine. Deve sempre prevalere il "buon senso", cosa questa che non implica in alcun modo l'aborto del "coraggio" o dell'istinto, ma solo un uso di questi mezzi in funzione delle nostre capacità mentali e delle conoscenze acquisite. In sintesi è quindi mia opinione che l'ultramaratoneta saggio debba procedere per gradi. Una formazione che passa necessariamente attraverso esperienze graduali, tali da affinare con il tempo le qualità fisiche e mentali, la "resilienza" e la gestione mentale della durata della gara, quindi della fatica. Passare da una maratona ad una gara di 24 ore senza tappe intermedie non ha senso e non sarà un'esperienza priva di riscontri negativi, sia sul piano fisico che sullo mentale.